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un pezzo di una cosa che sto facendo e che salvo rari bagliori genera a chi l'ha scritta la
strindberg

Ad osservare ossessivamente la superficie di un piccolissimo lembo di realtà: osservarlo come se ci si trovasse alfine in una posizione di muso nell'acqua e fuori all'aperto nell'aria ri-stesse la calma di vento che fa parere ogni giorno identico al precedente. Guardare guardare... praticare con lo sguardo l'orografia d'una porzione di visibile soltanto; un coriandolo di mondo, minuscolo come le molliche di pane che il bambino abbrancato dall'orco lasciò dietro di sé mentre effettivamente invocava: aiuto, salvatemi, quest'uomo mi ha preso e mi sta trascinando via messo sotto il braccio come l'involto della biancheria da portare al lavatoio.
E dunque anch'ella, in silenzio, guardando: aiuto! Uomini di buona volontà, aiuto! Questo rapido moto di nubi traversava la mente di colei che chiameremmo Angela, mentre stava con lo sguardo fisso su suo marito, che le sedeva di fronte, il quale marito avvolgeva sopra la forchetta spaghetti fatti rossi e aranciati dal sugo di pomodoro.
E in aggiunta, per tener dietro allo sguardo: al pomodoro, si sposava laggiù nel piatto il verde di una foglia di basilico, ch'era stata messa per rinforzare il condimento, il bianco poi d'una traccia residuale di formaggio parmigiano, il quale a sua volta resistette al calore brutale della pasta appena scolata. Ancora una bava di calore s'arrampicava verso la campana del lampadario.

Inforchettava suo marito gli spaghetti con la metodicità delle macchine che ne' lanifici fanno matasse. Non che colei che chiameremmo Angela ne avesse mai vista in opera una di codeste macchine, ma lo stesso la immaginava: grosse chele di forma avvitata sull'asse che appunto vorticavano tutt'in fila in batteria; e il filo una trama a vertigine che si faceva all'infinito.
Il rumore della masticazione che il marito produceva a lei risultava non come il rombo del lanificio in piena produzione, bensì di quelli che mugghiano nelle orecchie per un contraccolpo o una sgradita meraviglia.
Copriva nella mente addirittura il rumore degli aspi che velocissimi ruotavano ad avvolgere pasta trafilata e... ma com'era possibile che alla finestra di fronte non si affacciasse nessuno e guardasse in alto per vedere l’entità in nembi del nubifragio che sta per appalesarsi? Non sentivano il rombo, nell'aria? Ma nessuno, invero, alla finestra. Vetri e tende aperte in un primo e consueto algore meridiano. Il rombo. E poi lei avrebbe dovuto uscire a sua volta e dire: non è un temporale, è che mio marito sta masticando la pastasciutta. La avvolge e la spinge nella bocca aperta. Che poi dissero: quella bocca è profonda e atra come uno di quei mascheroni di pietra tutti fauci nel fondo silvano dei parchi barocchi.
Ma che vergogna, che insopportabile, atrabiliare dolore della sopportazione dover spiegare tutte queste cose a degli sconosciuti.

Colei che chiameremmo Angela si toccò senza parere la punta del naso: eccolo lì il pensiero di sempre, il progetto che ormai andava portando avanti da giorni senza requie, di cui cercava di tenere sotto controllo l'emozione che gliene derivava soffermandosi come prima, e forsennatamente, sui particolari della realtà circostante. Il disegno di far calare la morte sulla terra come arrivasse nei cretti del disagio cagionatogli dall'aver ogni giorno quell'uomo davanti, e talvolta anche dietro, avvertirne il tocco delle mani diacce l'inverno e con la patina di sudato all'estate (verrebbe da dire: com’è di chi ha abbrancato la vanga per l'intera giornata). Guardarne nel profilo di vetro del bicchiere la traccia opaca di nebbia e grascia lasciata dai labbri ove egli li poggiò per bere.
E quel giorno, per aggiungere ulteriore scempio ad un listato che si poteva srotolare per metri uguale all'elenco delle doglianze del popolo senza pane, una piccola macchia di sangue ormai color ruggine sul colletto della camicia. Quell'uomo, che mai si peritava di dire d'aver saldezza in ogni cosa, capacità di nervi e di mano... quell'uomo non mancava mai di tagliarsi durante la rasatura mattutina. Le camicie quindi all'ora del pranzo già avevano le macchie di sangue mutate nella ferruginosa natura di coagulo. Sempre così, e benché lei protestasse una persin ovvia mancanza d'attenzione: che si trattava di camicie pulite, che aspettasse ad indossarle fino a che i tagli sul collo non si fossero rimarginati. Lui rispondeva con un'alzata di spalle o facendole notare che era una cosa da nulla. Ci mancherebbe soltanto che la gente si mettesse a far tanto d'occhi per una macchiolina di sangue proprio sopra al suo colletto. Ma andiamo... dai, nel popeline, diceva ad esempio.

Colei che chiameremmo Angela dentro di sé allora urlava, proprio urlava che chiunque avesse visto l'incuria di quelle camicie certo non avrebbe pensato, come invero sarebbe stato giusto, alla non praticabilità dello stare in un consesso civile del verro-marito suo, ma l'avrebbe invece subito connessa a lei che aveva la sventura d'essere la povera moglie, mettendone alla metaforica gogna con un singolo sguardo di disapprovazione le scarse doti di casalinga. Svalutando la cura con cui gestiva la casa, le mende dell'economia domestica, la scansione de' bucati e relativo stendere di panni sui fili. Lei poi, lo sapeva, lo avrebbero pensato, che nulla aveva da fare se non accudire la casa e il consorte, il quale peraltro si rompeva la schiena lavorando da mane a sera per mantenerla più che adeguatamente. L’opinione comune la faceva dunque perennemente riversa in fascia diuturna su soffici cuscini di piuma alla maniera delle cortigiane che dall'alcova tiravano le fila a corte, benché fosse povera donna, sposa e borghese.

Questo pensava la gente, quel brutale volgo. Il volgo peraltro è quella cosa che tra alti mugli si lancia ad assaltare i forni ogniqualvolta le campagne non mandano grano. Pronti al soddisfacimento dei loro personali appetiti e basta: amanti della sugna che unge i paioli, dell’accoppiarsi selvaggiamente nel primo penetrale poco illuminato (quale discrezione!). Diceva suo padre buonanima che il volgo va ammansito col sangue. E che, inoltre, lo sterco de' porci è troppo acido per concimare la terra. In simili parole stava il più vivo ricordo che ne serbava colei che chiameremmo Angela. Anche per quello, magari, s'era messa all'opera, poiché da tempo suo marito lo avrebbe voluto vedere morto, che scomparisse sì dal consorzio delle umane genti, ma soprattutto, sarebbe stato più che bastevole, dalla sua di vita. Che sgomberasse i locali, ne' quali la cubatura d'aria occupata dal corpo maritale tornasse friabile e limpida; affinché si potesse veramente respirare a pieni polmoni, datosi che anche nelle ore in cui lui era al lavoro, qualcosa rimaneva di nebulizzato, lei lo avvertiva, e allo stesso tempo se ne sentiva nebulizzare.
Per cui aveva prima pensato agli infiniti modi per compiere un'azione che in tempi nemmeno troppo lontani le sarebbe parsa abnorme. Un'azione contraria alla morale, alla religione, finanche al buon vivere tra abitanti del medesimo plinto di città. Del resto quando aveva cominciato a rifletterci sul serio, per alcune notti consecutivamente aveva preso a sognare i volti e i corpi di varie persone, alcune che conosceva, altre mai viste prima d'allora, che all'improvviso in mezzo alla folla si fermavano e la segnavano a dito. Dentro ad un flusso di folla all'apparenza indifferente, nella quale nessuno proferiva parola per quanto da oltre le nuvole e incombenti sul mondo gli dei si sbracciassero a quella chiamata in correo nella minaccia di scagliar folgori.

Da quei sogni colei che chiameremmo Angela si destava con un gravare così grande sul cuore da non riuscire, per lunghi minuti, a muovere neppure un muscolo. Dentro al buio del fondaco della notte il cervello funzionava come il cavallino jockey dipinto di giallo e caricato a molla, ma le membra s'erano cementificate nella colpa e non v'era più verso di riattarle. Intanto suo marito russava in un ronzante murmure d'arnie.
Questo fino a che i sogni con la pubblica opinione che l'additava, e le conseguenti paralisi, cessarono. Accadde quando un altro sogno prese possesso del territorio. In quel sogno ella si trovava in una landa deserta ma che comunque avvertiva come ospitale – non vi provava paura o minaccia: v'erano alberi d'alto fusto, sebbene radi, con fronde inargentate. L'avambraccio destro aveva ricoperto da un guantone da falconiere. Una lei stessa che invitta svettava sopra un'altura, ritta contro i venti e con un contegno di cavaliere (ahimè, com'era lontana la realtà!). Allora portava le dita alle labbra e ne usciva un fischio prolungato. Ecco che al fischio, subito dall'alto traverso le nubi compariva un piccolo rapace. Lo si vedeva volare in cerchi sempre più stretti dentro ai quali scendeva verso la falconiera lanciando strida di predatore. Quando il rapace si fu posato sul suo braccio, colei che chiameremmo Angela nel sogno gli diede degli ordini con una voce che non si conosceva. Parlava in un'idioma che pareva guerriero, turrito. All'istante il rapace spiccava di nuovo il volo e nello stesso momento ella sapeva che avrebbe raggiunto suo marito ovunque si trovasse e con gli artigli acuminati gli avrebbe straziato le carni. Poi sarebbe tornato da lei recandone dei brandi nel becco.
Tutto ciò era come se le fosse in una totale certezza, poiché nei sogni si conoscano le cose in un'ampiezza di spettro che non è quella del nostro greve mondo. Anche in quel caso si svegliò nel buio, ma stavolta con una sensazione di serenità, di nettezza interiore a farle capire che il senso opprimente di condanna che sentiva prima anche solo a favoleggiare da sé a sé la morte del marito, ora era scivolato via o quanto meno s'era rattratto in qualche luogo meno sondabile dell'anima. Dunque, considerò, la strada che in quel momento stava intraprendendo era quella giusta e pure condivisa dagli dei.
Ehi lassù nel Parnaso, guardatemi: su una ruota di pietra che gira e gira per mio uso d'utensileria affilo la lama, ed essa sprizza scintille mentre la passo da un lato e dall'altro affinché quando abbia a fare il lavoro suo, traversando o per meglio dire aprendo la via nella materia, non trasmetta alla mano alcuna esitazione. Facile a dirsi: come a scendere i gradini a due a due sempre più addentro all'abomaso del vulcano fino a consegnare direttamente la rettifica degli strumenti di mattanza al sapiente magistero del dio Efesto.

Eppure eppure... A quel punto colei che chiameremmo Angela fu risucchiata alla realtà, e ritornò al quadratino di stoffa popeline macchiata di sangue del colletto della camicia di suo marito, sommato al lavorio incessante suo d'inforchettare spaghetti al pomidoro; insomma, all'universo del monitoraggio della macchina di morte in cui s'era tramutata la quotidianità.
Il marito infatti parlò, non prima di aver poggiato la forchetta sul bordo del piatto, essersi forbito i labbri con la falda del tovagliolo bianco che per il resto portava legato blandamente intorno alla gorgia.
Il marito disse: 'io Angela sono un po' di giorni che non mi sento bene. Nella bocca ho sempre, come ti posso dire, un sapore di polvere. Chiaro che non lo so di cosa sa la calce, però a me proprio pare d'avere la bocca piena di calce. Quella che si usa per fare il cemento'. Colei che chiameremmo Angela trasalì: pochi istanti prima era atona, persa in una sua fissità insettivora di pensieri, e ora invece eccola che stava sentendo, forse per la prima volta, cosa volesse dire trovarsi finalmente in corrispondenza di un momento che rappresenta un punto di svolta.
Dapprima rispose cauta rivendicando la probità degli spaghetti al pomidoro che ancora fumavano nel piatto. Al mercato, alla bancarella dell'erbivendolo, si dilungò, potevi trovare tre mucchi distinti di pomidoro, e alla sommità di ognuno poggiato un brando di carta laniena su cui era stato scarabocchiato il prezzo. C'era la prima scelta, la seconda, e addirittura la terza; i prezzi ovviamente andavano a crescere. 'Addirittura la terza scelta, ma ci pensi?' se ne uscì con un entusiasmo che da molto tempo le era sconosciuto. Colei che chiameremmo Angela aveva comprato due chili dei pomidoro di prima scelta, e quelli erano che s'erano sfatti nel soffritto d'olio e aglio, poi una foglia di basilico, un po' di sale, un nulla (in funzione nullificante) di zucchero a correggere l'acidità che invero i pomidoro hanno. E poi anche...

Ma qua il marito la interruppe. Scostò il piatto da davanti a sé, sebbene non con disgusto, bensì, si sarebbe detto, una certa stanchezza. 'Per quello che posso capire – perché, io te l'ho detto, ormai mangio qualsiasi cosa e comunque sento praticamente questa calce e poco d'altro – la pasta è buona. I tuoi pomidoro di prima scelta non c'entrano niente, stai tranquilla'. Di solito si lagnava per queste spese voluttuarie, ma senza troppo alzare la voce, forse perché un certo istinto da padre di famiglia se l'era trovato residuo nei geni. Oppure lo faceva così, perché si deve: sta scritto nella parte.
Ad ogni modo Colei che chiameremmo Angela praticamente ci schettinava su questa nuova situazione; descriveva con le immaginarie rotelle ai piedi delle enormi qu di quadro nell'asciuttissima calcina che all'altro gli pietrificava la strozza. Riprese a dire dei pomodori perini, di come li avesse sbollentati e pelati e... Ma qua suo marito batté forte la mano su tavolo e si alzò in piedi. 'E finiscila con 'sti pomidoro! Cosa cazzo vuoi che me ne freghi del fruttivendolo e della passata! Se t'ho detto che ho questa polvere in gola, cosa insisti con la pastasciutta?!'. Andò a gettarsi in poltrona, cadendoci appunto come corpo morto cade. Ma era vivo, ancora, si sperava per poco; cioè: colei che chiameremmo Angela sperava per poco.
Qua s'apre una breve, e forse alchemica, di sicuro secreta forma di sub-narrazione. Che parte dal punto in cui: la mattina dopo aver sognato il rapace, colei che chiameremmo Angela s'era levata dal letto con l’animo polito dal soffio ciclonico del sonno – uno stato d’animo dunque figlio, come diceva quello, dell'ora delle decisioni irrevocabili. L'impiantito freddo sotto le piante dei piedi la corroborava.

Più tardi, quell'irrevocabile mattinata, in cucina, mentre il marito beveva il caffè e latte, già ella con la mente procedeva a confusi progetti. Ma l'entusiasmo, di per sé eccessivo, sviava: nell’arco di tutto il tempo della colazione non cessava di comparirle nello sguardo l’uomo, in quel momento di fronte a lei sorbente, mentre penzolava appeso al cappio. E sognava a camera fissa, con tutti i particolari, in particolare quello di se stessa che entrava nella stanza e si portava le mani al viso come di chi vide materia che mai umano dovrebbe incontrare. Urlava accorr'uomo (nella fantasticheria non si sentiva nulla) e poi sveniva.
Ma si trattava d’una fantasia sterile, se ne rendeva ben conto, anche se le faceva da sprone a cercare un sistema progressivo e sicuro per attuare il suo proposito. Intanto il marito tossiva d'una tosse raschiante. Diceva, anzi domandava: 'io non capisco che cos'ho... sempre questa tosse la mattina. Tu che dici, sarà pleurite?'. In corrispondenza di quella domanda a colei che chiameremmo Angela le si fermarono di colpo tutti i macchinari dell'immaginario.
Le tornò come di schianto, in un torcersi di lamiere, il convulso agitarsi sotto le coltri di due sere prima, quando lui adagiandosi mollemente di fianco, altrettanto di fianco l'aveva presa da terga. E allora lei da messa di tre quarti aveva pensato una cosa, mentre gli dava la nuca come campo aperto ove egli, vicinissimo, potesse rilasciare il fiato d'ansito bovino in un ciclo continuo che includeva le tante parole incomprensibili dette a mezza voce; aveva pensato che si stava dando l'accoppiamento tra due animali adulti coibentati di grasso sottocutaneo, del tipo delle otarie o dei leoni marini su una spiaggia di sassi avanti un mare gelido, bianco e australe.

Solo che nella realtà il grasso solo lui l'aveva, nell'epa che le si era premuta a tutta ampiezza contro la schiena; come pure aveva un imbestiarsi che in quei frangenti a chi è come se lo subisse (lo subisce, in effetti) pare riprovevole, al punto che colei che chiameremmo Angela dovette, per non urlare e quindi non dare, con quell'urlo, luogo a fraintendimenti (il piacere in luogo del reale, psichico dolore), mordersi una mano. Morsa la mano, lui rilasciò il seme dentro di lei come se avesse ricevuto segnale di via libera.
A quello, emisero entrambi respiri come di chi riemerge dopo un'apnea. Per motivi differenti. Poi al mattino, mentre lui si dirigeva verso il bagno, ella non poté scorgere sulla patta del suo pigiama alcuna traccia. Quand'anche vi fosse stata, a quell'ora era già asciutta, ma in ogni caso nel punto dove... non voleva nemmeno pensarlo... in quel punto dove si fosse depositato il seme residuo, la grana del tessuto sarebbe rimasta più spessa, dura come il luogo della tela intriso dalla pittura. Questo riscontro la atterrì, tanto che dovette sedersi: anzi parzialmente si accucciò su una sedia a margine del letto - sedia dove capitava di poggiare i vestiti prima di coricarsi - in piena luce, con indosso una svaporante vestaglia rosata a motivi floreali ricamati, che tra l'altro perdevano il filo di qualche punto.
Prima, ma non era più possibile quantificare “quanto” prima, cose del genere dello sperma disseccato nel pigiama non le avrebbe mai notate. Questo perché era parte del tutto, e che la gente normale il loro mestiere d’ogni giorno è starsene a bagno appunto nella normalità, la quale peraltro è una materia oleosa, ma di un olio secondario con la superficie resa iridata dal grasso de’ leganti (com’è di certi scarti di lavorazione, in impianti ove si pressi, si sublimi e si torca).

Quando lui uscì dal bagno e la vide seduta a quel modo, le chiese se per caso non stesse bene. Ma lei balzò subito in piedi e disse: no, sto benissimo. Lui, come detto, già allora tossiva abbastanza. 'Se taglio a metà qualche sigaretta con la forbice' diceva 'magari un po' la voglia di fumare mi passa. Un taglio oggi e un taglio domani e può darsi che finisce che smetto. Così anche te sei contenta e non devi più accendere quei bastoncini d’incenso’.
Colei che chiameremmo Angela confusamente pensava che con le forbici, grosse e pesanti da sartoria finita, gli avrebbe voluto zac zac tagliare via le orecchie, e davanti alla stupefazione del mutilo, stupefazione che presiede a quell'immobilità di poco antistante l’isteria, infilargliele nella tasca della camicia, affinché la macchia di sangue s'allargasse greve/violacea lì e non, come al solito, sul colletto fino a quel momento candido. Questo a risarcimento del fatto che le spettasse, si diceva “per obbligo coniugale”, di ritenere nel grembo la resinosa deiezione del maschio. Che era da immaginarsela come un nero liquido di contrasto che le circolasse in tutti gli invasi del corpo, nella stessa misura in cui se l'avessero posta di fronte allo schermo luminoso di uno strumento d'indagine, quel nero scorresse a spegnere le luci anche negli anditi più fondi dell'anatomia, fino a che nella matrice di cristalli dello strumento non permanesse niente più che una notte corporea nello spegnimento definitivo d'ogni facoltà.

Ed era dunque un veleno - una tracimazione di massa esausta, ovvero il liquido che raccogliesse o riducesse a uno tutta la caotica materia del fastidio che ella provava in presenza costante dell'altro - quello che lui strenfiando e disarticolando le parole le inoculava talvolta, quando proprio non le era possibile di sottrarsi.
Ora invece, dopo il sogno che le si era rivelato, almeno non sentiva l'azione del nero liquore per le vene; si era come depurata e al tempo stesso affilata. E l’immaginario di quella mattina, dunque, oltre alle visioni di morte conteneva tutta una teoria di superfici scabre: pietre da mola, coti, escrescenze di metallo ritorto. Colei che chiameremmo Angela si domandò allora quanto potesse costare una cassetta con vecchi attrezzi chirurgici che aveva visto giorni prima nella vetrina di un antiquario. Oppure non era un antiquario, era qualcosa a metà strada tra il rigattiere e il venditore d’antichità. Un negozio con l’interno in penombra e la percezione di molti oggetti disseminati nello spazio. Non vi si vedeva nessuno, e la luce proveniva dal fondo, da una porta aperta che lasciava intravedere un cortile interno sottolineato da una proda d’erba e ciottoli. Ma non era quello che la poteva interessare, quanto piuttosto quella cassetta d’attrezzi, forse la dotazione di un antico chirurgo in servizio permanente all’ospedale da campo, alle spalle della prima linea.

C'erano dei lunghi coltelli la cui lama col tempo ormai s'era fatta di una specie di colore biondo che sembrava la mutazione in nocciola del burro che cuoce. Poi una sega, con la quale senza porre tempo in mezzo si recidevano arti feriti in battaglia o aggrediti dalla cancrena dietro le linee. Infine una sorta di trapano a manovella che veniva adoperato per decomprimere la pressione cerebrale.
Tutto era sistemato in alloggiamenti foderati di velluto che una volta doveva essere stato rosso, ma che ora era solo d'un bruno indistinto. Colei che chiameremmo Angela aveva guardato a lungo quei torvi utensili. Immaginava che costassero molto, anche se non riusciva a capire quali potessero essere i fattori che determinavano il prezzo. A chi occorrevano veramente oggetti di quel genere? I coltelli peraltro erano sicuramente senza filo da decenni; la sega al solo adoperarla si sarebbe senz'altro sfrangiata. Che fai, mostri le lame da dissezione ai gentili ospiti che vengono a casa tua il pomeriggio per una tazza di tè? Che lugubre pomeriggio sarebbe... quali neri labari a far buio il pomeriggio nelle strade deserte. Colei che chiameremmo Angela però aveva capito che se doveva fare quello che impelleva alla sua propria vita, certo non poteva essere col ferro di armi bianche – armi anche cotidiane, o casalinghe.

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Resto sempre incantata dalla tua capacità di entrare nelle menti delle persone più disparate e muoverti agevolmente tra tutte le piccole pieghe e sfaccettature delle loro emozioni, sensazioni, dei loro pensieri anche più inconsci, e di come, poi, sai tradurre tutto in parole, rendendole vive con piccoli dettagli, piccoli capolavori sparsi nelle frasi apparentemente minori.
Mi fa incazzare il fatto che il tuo nome non svetti in tutte le librerie.
Ma un po' è anche colpa tua, lo sai, eh.

Ti ringrazio molto.
Questo qua è un pezzo di una roba più lunga (tra altre robe lunghe che giacciono nella sabbia del file System) sulla quale sbatto le co... volevo mi spremo le meningi per trovare una misura e una fine qualsivoglia (ma la fine che voglio che l'avrei anche, in mente). L'ho postata perché non posto mai, anche di questo ho la colpa, tra l'altro. :-)
grazie!

Grazie a te!
E guai a te se non posti il resto! ;0)

Finalmente!
Leggo piu' tardi per gustarlo come si conviene.

Figurati, lo sai che per me e' un piacere vero leggerti, e non di circostanza.

la tua scrittura è balsamica.
quasi quoto topofdefogn:
Mi abbatte il fatto che il tuo nome non svetti in tutte le librerie.

io ringrazio moltissimo il grande Piero

concordo con gli amici qui sopra che tu dovresti essere negli scaffali di ogni libreria che si rispetti.

grazie e grazie

(anche se il pezzo qua sopra è un po' manierato e lo si dovrebbe risciacquare nel Lambro, se questo fosse ancora quel ridente corso d'acqua all'interno del quale albergavano i gamberi d'acqua dolce)

m'incanto (al solito)
effe

Ben tornato. Mi chiedevo che fine avessi fatto.
Bart

Grazie e grazie. Che fine avevo fatto... ho passato il tempo ad appallottolare e cestinare, solo in formato elettronico (in questo caso la tecnologia è preziosa, evita il mostruoso spreco di carta prodotto dagli scrittori insoddisfatti d'un tempo)
:-)

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