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becchettare becchime beckettiano
strindberg

Mentre rincasava, vide che sul davanzale della finestra al pianterreno c’era una sigaretta spenta/piantata dentro a un panetto di burro.
Prima se ne sorprese, poi per qualche istante procedette a domandarsi se fosse possibile calcolare da quanto tempo poteva trovarsi lì quella barbarie, stante il grado di decadimento del butirro o il coefficiente di penetrazione della cicca nella caseina.
Certo era un’analisi priva di senso e in ogni caso per lui impraticabile.

Indi almanaccò: chi saranno i nuovi, ennesimi inquilini di questo disgraziato appartamento (di questo davanzale)?
Oh certo sì, non si creda: è appropriata la definizione che gli si attribuiva, ovvero di sventurata cubatura d'intonaco!
E canterani tarlati e stipi e vecchi sanitari in maiolica venata dal tempo, mattonelle a esagono in pietra granata erano di quelle stanze che una proprietà ignota dava a fitto ad un’incessante teoria di avventizi.

Si dipanava la vertigine di locazioni. Luogo ideale di estromessi fuori sede, studenti, migranti che “ci stavano in sette con quello che pure dormiva con la fronte poggiata sul tavolo” (rivendicazione estrapolata dal verbale della riunione condominiale del giorno ventisei di marzo).
Cosicché lui quando dalla sua finestra vedeva un qualche individuo che traversava il cortile piegato sotto il basto di un materasso arrotolato, gli sbuffi di cotone nella disposizione regolare delle commessure di stoffaccia a righe, ecco che pensava: ci siamo, un altro giro di czarda: altri scioperati al piano terra, altri quarantacinque giri ye-ye suonati a volume minatorio.
Oppure il ricominciamento dell’odore di carni ebbre di condimenti così tempestosi da pensare che la grascia riuscisse a campire indelebilmente le mura dei ballatoi.

[ma anche era egli calamitato dalla foggia del materasso, di patriottarda manifattura, quando i materassi erano appunto assemblati dai materassai, i quali la lana vecchia che con lo strigile ricavavano dal caos di maglie vecchie del mondo poi la cardavano con un secondo attrezzo: una sorta di spazzola a man salva irta di punte di metallo e che sarebbe andata bene per il tormento inflitto alla nuda carne di colui che trasgredisce la regola].

L'odore persistente di cucina con annesse le mosche chiamate dalla frollatura delle carni possono riuscire una cosa sì snervante che a suo tempo in loro nome furono scatenate delle guerre che rasero al suolo intere città.
Basta sfogliare anche di prima mano una qualsiasi cronica medievale e si trovano i relativi riscontri.

Certo che spegnere una sigaretta in un panetto di burro... E' anche una questione d'igiene; penso agli insetti ghiotti di morchia, ad esempio. Si diceva – diceva a sé.
E stava in piedi davanti alle cassette delle lettere sentendo diramarsi per le membra la necessità, ma neanche una necessità, quanto piuttosto una lieve corrente nervosa che avrebbe voluto spingerlo a salire quei quattro gradini, suonare alla porta sulla destra e chiedere spiegazione di quello scempio, del davanzale, della cicca ormai cricchiante di suo.

Perché il burro? Offendere il grasso con la cenere focaia di una sigaretta già morta è come distruggere con le orme degli scarponi una distesa di neve ancora intatta, ora eburnea ora abbagliante, secondando la luce.
Perché?

Ma subito siringare drammaticità agli interrogativi entrando a piè fermo nel quotidiano, e avvertire la cittadinanza che il burro attira miliardi di formiche che poi salgono in fila per il muro perimetrale dello stabile, furtive ma indomite come una rotta carovaniera che si è creata ne' secoli fendendo-follemente la poco friabile materia.

E quindi avrebbe iniziato così il discorso, poi accada quel che accada, io il mio dovere di accorto casigliano l'ho fatto.
Ma proprio a volar bassi: a chi l'avrebbe fatto questo discorso? Chi si sarebbe trovato davanti? L'ignoto, sebbene temporaneo, è scoraggiante poiché pare imprimere al corso della vita una traiettoria tutta esterna, fino a che invece che sul macadam ti trovi con le ruote in uno scivoloso stallatico.

Di un cotale sesto acuto ma rovinoso non intendi, o quantomeno fingi di non intendere la cagione. Magari temi qualcosa, che t'insultino o che persino qualcuno ti spintoni invitandoti in maniera assai poco urbana a badare ai casi tuoi.
Del resto è già successo, e fu un'esperienza sgradevole, non fosse altro per le ferite inflitte non al fisico, ci mancherebbe, quanto piuttosto all'amor proprio.

Va bene, pensò allora con ispida condiscendenza, il burro si sarà trovato lì per un caso fortuito; non voglio pensare a una possibile concatenazione d'eventi che abbia fatto sì che uno è a fumare presso le finestra, tira l'ultima boccata e poi schiaccia la sigaretta nel burro. Ma quando mai...
Non mi riguarda, la concatenazione - non mi riguarda sapere come c'è finita la mantequilla sul davanzale.

E poi guardiamo al lato positivo dell'intera questione, e cioè il fatto che la cicca l'ignoto fumatore non l'ha gettata nel cortile.
Che il cortile è uno spazio comune, per cui il gettarvi alcunché si enuclea quale procedimento lesivo delle regole della normale convivenza.

[i cavoli fradici che volano dalle altane, i pitali arrovesciati sui cranj di passaggio son cose fortunatamente fermatesi all’epoca barocca o all'incirca. Diciamo pure che questa è quasi un’epoca di civilizzazione].

Ma finché te ne rimani alla finestra, allora stai nel tuo, anche se c'è il burro; anche se il burro letteralmente lo offendi con la negra cenere. E basta dunque, veramente non pensiamoci più, diamine.
Per non recedere dal suo proposito fece subito due bei respiri e cercò di rilassarsi.
Aprì con una piccola chiave la casella della posta numero ventinove e ne estrasse tre buste con la finestra plasticata a lasciar intravedere le generalità del destinatario.

Due erano indirizzate a lui: gli scrivevano la banca e un altro organismo che non avrebbe saputo dire cosa fosse, ma che gli pareva una di quelle solite comunicazioni da mittenti dalla personalità giuridica vischiosa oltreché poco verificabile.

[intasano l'etere della comunicazione cartacea allettandoti con vincite inverosimili, richiedendo contributi per le più varie cause, umanitarie e non. Vogliono attenzione, vogliono guiderdoni; l'elenco è lungo].

Ma la terza busta... oh be' la terza busta l’avevano spedita quelli dall'azienda del gas. Ve n'era in alto a sinistra lo stemma azzurro, il quale non denotava invero nulla di gassoso oppure anche fiammeggiante.
Poiché il gas quando sgorga dalla terra lo puoi far sfogare col fuoco – non fuoco pirico, non fuoco greco, bensì fuoco d'aria, appunto atmosferico e visibile all'occhio solo da incendiato.
Un simbolo di fiamma gassosa ci sarebbe stato bene sulle biro, la carta intesta, le buste dell'azienda, gli capitò di pensare.
Qualcosa di delfico.

Ma la questione piuttosto era che l'azienda del gas non voleva comunicare con lui, inquilino dell'abitazione situata all'ultimo piano nonché legittimo titolare della casella postale numero ventinove.
Sulla busta, dentro la finestra di plastichina croccante, stava scritto un altro nome. Era quello il nome del vecchio proprietario di casa sua, la persona dalla quale l'aveva comprata ormai quattro anni prima.

Oh bella, si trattava d'un disguido?
Chissà cos'era accaduto negli archivi degli erogatori comunali del gas... magari in un labirinto di volture e cambi d'indirizzo era esplosa una bomba all'uva passa facendo sortire dagli scaffali ribaltati la lettera che adesso teneva tra le mani.
Che era, la busta, di poco volume, come se contenesse un singolo foglio.

Di solito mandano tanta di quella carta inutile, pensò: informative, esornative, storni, consumi presunti.
Ma poi non era quello: non il sorprendersi di una questione probabilmente legata all'amministrazione degli utenti, il nome del vecchio proprietario improvvisamente ri-appalesatosi sotto forma di puro nominativo nel suo domicilio di una volta.

La questione piuttosto era che quell'uomo che gli aveva venduto l'appartamento quattr'anni prima era morto già da qualche mese.
Non ricordava quando fosse accaduto esattamente, poiché a certe cose non si pone gran pensiero, se non una volatile compunzione che dura quel che dura.
Non ricordava nemmeno chi gli avesse erogato la luttuosa notizia.

Del resto quell'uomo era un vago conoscente e l'orbita della sua vita, giacché tutti sanno che le vite degli umani descrivono orbite che ognora s'intersecano, persino a volte in maniera molto stretta, non era del tutto esterna alla sua.
Per cui poteva capitare che appunto un conoscente gli desse comunicazione, della morte di una comune... conoscenza. Ciò in un intreccio di quelle minute terminazioni di cui appunto si compone la realtà.

Ora dunque l'estinto proprietario precedente (le mappe del catasto portano ancora traccia di lui?), il fuoco fatuo di se stesso riceveva posta dall'azienda del gas al suo vecchio indirizzo, un indirizzo dilavato dagli anni peraltro.
La ricapitolazione finale del rapporto di effetto senza causa gli fece scivolare la busta dalle mani.
La lasciò dov'era e prese a salire le scale abbastanza velocemente, come uno che cerca di far perdere le sue tracce ma nel contempo non vuole dare nell'occhio.

Nella salita lo raggelava il pensiero che si fa presto a dire che la morte tocca a tutti, che è naturale, che il ciclo biologico di queste cellule è destinato a scomparire nella forma che conosciamo, a dissolversi nella ganga epatica/cosmica degli dei.
Poiché in realtà questa naturalezza non esiste: la sosteniamo col fatto, persin banale nonché autoconservativo, che al pensiero della morte non ci rivolgiamo mai veramente.
Poi un bel giorno la morte in persona ti manda una lettera.

[questo c'è scritto nel foglio dentro-alla-busta! In una formulazione burocratica, magari attorta orribilmente: una formulazione in forma di tralcio che si vuol mangiare tutte intere le mie trippe].

La morte manda il vetturale in stivali da cavallerizzo ad imbucarla alla cassetta di ghisa, da qualche parte nei suoi territori, quei luoghi insondabili presso i quali un giorno, il più lontano possibile, per carità!, ci illudiamo di aver facile ancorché naturale cittadinanza.
Ah però nel frattempo non vogliamo saperne niente di quei luoghi, desideriamo solo di ignorarne ogni cosa: se è deserto, o seminagione... se vi sono corsi d'acqua o ricoveri per le bestie.

Vide invece egli che all'atto pratico nulla v'era di insondabile, che la morte usava una carta da lettera normalissima, una busta con la finestrina di plastica, una stampigliatura d'agenzia di consegne urbane.
Vide veramente quella naturalezza, quella normalità, tanto che si dovette arrestare, di colpo esausto, al pianerottolo del secondo piano.

[la lingua bovina della Bestia aveva certamente leccato i lembi della busta: il calore dell'operazione ancora riverberava dalla carta]

Guardò all'insù, dentro a' la teoria vorticosa delle scale coi loro lignei corrimani visti come da terga.
Dietro la porta di casa sua, chi lo stava attendendo? Il corpo puntava i piedi come un onagro impaurito, e di rifiutava di proseguire.
Dabbasso intanto la sigaretta frangeva nelle profondità la midolla animale del burro.
Dalla finestratura delle scale sperò che si potesse scorgere nei balconi della casa di fronte una figura sconosciuta con le braccia protese.

Nel mentre pensò di aprire la lettera dell'azienda del gas, ma il pensiero di trovarvi scritto qualcosa come: coraggio, che aspetti, vieni avanti – ma il pensiero di trovarvi scritto qualcosa come: coraggio, che aspetti, vieni avanti, definitivamente lo distolse da tutto.

[dentro vi immaginò una scrittura dagli scuri rilievi, forse violacea, come se l'inchiostro della stampa fosse stato alterato da qualche goccia inspiegabile di pioggia]

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Quello di Chandler. Lo Straight Rye Whiskey è/era tipicamente americana, ora soppiantata colà dai bourbons (il vero regno dei bourboni?)

Chissà che beveva quello di Conrad. Gin, suppongo.

Christopher Marlowe, un dissolutOne, probabilmente porto, sherry e bandy con acqua calda.

Eh sì, era lui, il Marlowe di Chandler.
Il Marlow di Conrad invece chissà che beveva mentre guardava le acque ebbre (acque ebbre per battelli ebbri) del fiume Tamigi, le quali acque gli portavano il ricordo della sua esperienza nell'Africa Nera... probabilmente Scotch.
Per Chris Marlowe invece: certo birra, non si sa a quale grado di pastorizzazione, poi vino di Madera; infine, e perché no?, idromele.
Anche sherry? Anche sherry (il che mi riporta alla mente quel racconto di gulag che Varlam Šalamov dedicò a Mandel'stam: "Cherry Brandy".

Sì, perfetto! L'idromele l'avevo dimenticato.
di Šalamov, non conosco questo racconto. rimedierò!
Non ci metterei la mano sul fuoco per Marlow e lo scotch, magari al club, ma in giro, me lo vedo tipo da gin, bibita più londinese, magari mescolato in grandi caraffe di pimm's contemplando appunto il tamigi.
Una degli aspetti che mi fa impazzire dei classici è questo cercare gli aspetti di vita quotidiana dell'allora che ci siamo persi.

Gin e Pimm's mi convince (le misture a base di Pimm's credo che mi convincano sempre, sebbene mi trovi ad essere un bevitore abbastanza settario di vino e di grappa).
E a proposito di scrittori e alcool e sapidità della prosa albionica, ti consiglio questo libro dell'ex angry young man nonché babbo d'arte Kingsley Amis

Oh merci per la dritta Kingsley Amis, dalla recensione ho voglia di leggerlo un bel po', e non ci sarei mai arrivato da solo.
io sono parecchio annoiato dal vino, per non parlare delle grappa.

In quel suo racconto là semi-autobiografico e scritto negli anni cinquanta, "La speculazione edilizia", Italo Calvino al personaggio del fratello dà il nome di Ampelio.
Cioè, suo fratello nella realtà si chiamava Floriano, nome che richiama il fiore il quale richiama a sua volta le serre di coltivazioni botaniche (certo, non strettamente floreali) di Villa Meridiana a Sanremo, dove Calvino trascorse la prima giovinezza e da cui si dipartiva, verso l'interno, quella Strada di San Giovanni che diede il titolo a quel suo bel racconto autobiografico della maturità.
Per cui mi son chiesto: trasformando il fratello da Floriano in Ampelio Calvino voleva in qualche modo cantare l'elogio della viticoltura e dell'enologia?
Che io, per me, mai riuscirei ad essere annoiato dal vino - da bevitore appunto metodico e settario qual sono.
Magari c'è qualla volta mi viene eh, ma poi capita un Toscana I.g.t. fatto da Rivetti con uve 100% Colorino, o un Colline Novaresi d.o.c di Boca, a base di Nebbiolo, Croatina, Vespolina, oppure un Ruchè di Castagnole Monferrato di Cascina Tavijn e mi passa subito :-)

bravissimo! qui c'è uno che di nome eteronimo riconosciuto fa "bacchetto", ciò dà luogo a molte meno speculazioni, effettivamente.

incurante del firewall aziendale ti ho risposto là nei messaggi. e ho pure la tua mail. vabbé, tanto non c'è fretta.

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