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i lupi
strindberg

Aprì la finestra. Nella stanza non ci si poteva stare dal caldo – l'aria sembrava essersi fatta di gomma. Prima aveva chiuso perché temeva che entrassero gli insetti. A volte, istupiditi dall'afa estiva, andavano a battere contro gli scuri come sassi scagliati.
Di simili globuli bruni aviotrasportati, tutti elitre, tutti zampette non ne aveva mai visti in città. Nelle terre aperte era diverso, anche l'entomologia cooperava al farsi delle giornate.
Poiché si trovava in campagna la sua torre. Una torre di pietra d'epoca medievale che aveva acquistato in istato di abbandono e reso abitabile da esser diventata il suo secondo luogo. Un domani magari avrebbe vissuto lì definitivamente; poteva darsi benissimo che accadesse.
Pervenire a simili risoluzioni era un gioco facile, datosi che gli anni scorrevano come pulegge e il mondo di massa della tarda modernità mugghiava metallo fuso ingenerandogli una crescente voglia di fuggire all’esterno, nei fondi.

Dentro all'aperta campagna c'era la pace che aveva cercato, ma anche degli incomodi: per esempio i tassi gli avevano scavato le tane nell'orto. Questi animali che, aveva scoperto, tracciano labirinti sottoterra e con strategia di diverse entrate.
– da ermeneuta ora poteva asserire con ogni evidenza che la bestia nella tana del racconto sotterraneo di Kafka doveva essere un tasso –
Inoltre la verzura a foglia larga era stata dapprima trafitta dalla grandine, e poi terminata non si capiva bene da cosa; a vedere i morsi si sarebbero detti dei piccoli bachi.

La detersione delle piante con gli insetticidi gli era parsa una misura da sterminatore, per cui aveva pensato fosse il caso di lasciar fare ai cicli della terra dell'aria e dell'acqua e dello stallatico (a carriole).
La misura non aveva funzionato. Probabilmente non capiva egli nulla d’orticoltura poiché come molti tratteneva solo il lato romantico della vita agreste.
Il fatto è che agli improvvisatori, in specie gli avventati e bucolici come lui, non la si perdona. Poi magari non è sempre così, ma con le cose della natura, o per meglio dire della materia, non hai molto da far segnali di diversione solo per aver da nasconderti nel cono d'ombra.
Se lo fai, le cose poi te le ritrovi come dirute: i favi si corrompono, l'orto pare ci si sian messi a quartiere i turcomanni (i tassi in realtà), in casa lo scaffale che avevi incollato ecco che all'improvviso si scolla/crolla.
Lo scollamento, certo in generale, si direbbe inevitabilmente.

‘E' questa la smania dei foresti’ gli disse un giorno, e con franchezza, un villico di quelle zone.
Lo aveva incontrato per caso nel corso di una delle lunghe passeggiate che tanto gli piaceva di condurre tra le balze di terra che quando le guardava dalla finestra pareva lo circondassero per chilometri.
Invece nel momento in cui ti ci inoltri, capisci che il profilo del paesaggio è ingannevole: vi sono anche affossati dei gerbidi, degli spegnimenti.

E comunque il villico tagliava l'erba.
Lui stanco si fermò presso lo steccato apposta per scambiare due parole. Capita, almeno, a lui capitava, che a volte si abbia il bisogno di parlare come fosse necessità di levarsi la sete. Le parole, incistate nelle vie aeree, ardono di asciuttezza.
Se per dissetarmi parlo da solo, ti dici allora, chi mi vede finisce a pigliarmi per uno sventurato.
Magari intorno per chilometri non c'è nessuno, tanto che si potrebbe addirittura urlare senza essere uditi da orecchio umano, però lo stessi temi che ti scovino e ti compatiscano. Trattieni dunque faticosamente le parole ne' gli alveoli, seppure abbrucianti. Ma appena ne hai modo, rilasci... le parole, così come la rettitudine, il seme.


Il villico falciava trifoglio e gli disse che è appunto una smania dei foresti che acquistavano delle proprietà in quelle campagne di volersi mutare come per incanto in villici anche loro.
Fare le stesse cose dei locali, con in testa un cappello di paglia, magari indossando le medesime camicie maggenghe. Poi, finite le vacanze, nascondere l'uniforme sotto una pietra per ritrovarla la prossima volta e farcisi villici-fallaci uguale a prima.
Ma perché?

Il villico per spiegazione mise una mano a terra e ne cavò una zolla scura.
‘Guardi che bella terra’ disse ‘ma per farla così ci ha lavorato mio padre, e prima il padre di mio padre, e prima ancora il padre del padre del padre di mio padre’. Morsicò la zolla, la masticò per qualche istante.
Adesso voglio vedere se la ingoia o la sputa, egli pensò.
Il contadino sputò la terra – dunque si dovette convenire che aveva ragione.
Ecco, stai sicuro che domani smonto l'orto e lo livello: le cose, se occorre, devono venire da sole; altrimenti niente, si disse, come se da quel gesto che aveva visto calasse risoluzione come la folgore.

Chiese: ‘e non ne ha figli che vengano qui a rivoltare l'erba con lei?’
Se a vanga in mano v'erano stati il padre, il nonno, il trisavolo e tutti quanti gli altri, allora si poteva ben dire mancasse l'ultimo anello alla catena.
Il villico non s'imbarazzò. ‘Mio figlio guida il camion’ disse, e indicò lontano, dove approssimativamente passavano le strade che collegavano d'infilata quelle campagne alle propaggini delle aree metropolitane, coi loro filacci di fabbricati industriali e abitazioni.

Si rese egli conto che pensare la città in quel momento era come figurarsi una qualsiasi successione di cose deteriori, qualora fosse possibile. Cose come quella che gl'era capitata recentemente di tagliarsi con una lametta da barba mezza arrugginita mentre frugava con la mano dentro lo scarico (ecco cos'era che lo aveva otturato). E sanguinarne.
‘Le dispiace che suo figlio non sia rimasto a lavorare qui?’ chiese ancora.
Il villico alzò le spalle.
’Una volta i figli te li portava via la guerra, per cui è molto meglio quando lo decidono loro di lasciare la campagna per andare a lavorare da un’altra parte. Meglio quello che quando li venivano a prendere i carabinieri con la cartolina in mano, no?’.
E anche questo, sebbene desse l'impressione di una visione della realtà fatta traverso una fenditura tra le assi del pavimento, era vero.

Si fosse trovato egli in un altro contesto, tra i suoi amici intellettuali operativi come lui, ed erano pochi, intendendo gli amici, o persino tra coloro, molti, che lo attaccavano vergognosamente (fa loro male essere toccati nel ventre molle della coscienza, diceva), avrebbe avuto a sostenere che non erano esattamente tempi di pace quelli.
Ma gli diede sollievo, si può dire anche che per un momento azzerò la parte residuale dei suoi furori, la basica percezione della realtà che aveva il villico.

Per quell'uomo nel profondo dell'anima la guerra era ancora qualcosa di simile a truppe di lanzi che attraversavano le terre comitali in un polverone di cavalcature e carriaggi.
Quindi la distruzione delle sementi, le case date alle fiamme, i pozzi avvelenati, gli animali sventrati, e anche le genti.
Siccome lì intorno non v'era neanche lontanamente qualcosa di simile, alla guerra noi neanche ci pensiamo. La pubblica opinione ci è un concetto astratto – la morale indefettibilmente quella che viene erogata dal parroco.
Ergo, in filosofia il villico avrebbe potuto dire: v'è società civile dove c'è un padrone equo e non hai né pestilenza né carestia, tutto il resto sono sofisticherie.

Egli pensò: in un sistema di pensiero fatto a questo modo il filisteo sono io, mica lui. Anche se lui è di nulle letture; nulla conoscendo o quasi di ciò che sta al di fuori di queste balze.
Certo conosce la motilità della terra, la segreta relazione ch'essa intrattiene coi cicli lunari. Ha pratica degli animali del bosco, le erbe selvatiche, il torrente, la pietra.
Ma anch'io conosco tante cose, e il fatto che vengano dai libri invece che dalla grave materia non le rende meno importanti, anzi.
Poiché lo disturbava questo attribuire sistematicamente una ritorno di salvazione alle cose reputate primarie; gli pareva tipico di una mentalità borghese e decadente.
La genuinità esiste anche in una figurazione intellettuale in grado di cogliere, nel momento, noccioli di problemi la cui conseguente polpa di realtà è “adesso”.
All’eventuale ravvedimento che proviene dal rapportarsi al nudo suolo senza moderni infingimenti, e tornare dunque a una vita che fosse come prima, quindi non brutale, non massificata, non ebbra di volontà di potenza capitalistica com’era invece quella del tempo in cui si trovavano a vivere, bisognava pervenirci con una vera consapevolezza interiore. O con una rinnovata libertà.

‘Lei è di queste parti?’ chiese gentilmente il villico.
‘No’ egli rispose a sua volta sorridendo ‘vengo dalla città, sono uno di quei foresti di cui lei mi ha raccontato prima’.
Il villico, poggiato il manico della falce contro la spalla, allargò le braccia come a dire: che cosa possiamo farci noi...
‘Sto laggiù, nella torre’ aggiunse egli indicando una direzione nell’aria, anche se la torre da lì non si vedeva.
‘Nella torre’ ripeté il villico ‘e come mai?’
Egli avrebbe dovuto spiegare quello che faceva, quale fosse il suo mestiere. E riguardo al mestiere, con le sue irrelate terminazioni che ne avevano fatto un uomo pubblico (e solo), dirgli della voglia che gli era venuta di trovare pace lontano dalla città, fors'anche dalle battaglie intellettuali che in quei tempi di barbarie gli parevano perse in partenza. Nondimeno le combatteva.
La pace che aveva cercato e trovato in quei luoghi, nei quali, malgrado l'inquietudine che talora veniva a morderlo, si sentiva in quei primi mesi ben allogato. Ciò a prescindere dai grossi insetti cheratinosi che battevano ne' le persiane, i tassi escavatori, il favo rinsecchito.
La pace che s'era riconquistato era di pensare e di fare.

'Gliel'avrà già detto qualcun altro di noi foresti' ritornava su quel termine, poiché gli era piaciuto a quella maniera di greggio e arcadico nel suono 'che qua nelle campagne si può trovare la tranquillità che in città non abbiamo...'.
'… così pigliate la macchina il venerdì sera e venite qua. A me le ruote delle moto da cross m'hanno rivoltato un pezzo di campo dove avevo lattughino e cicorione, se proprio lo vuole sapere' lo interruppe il villico.
Era quello dove si trovavano un appezzamento nel quale la conformazione della terra si poneva come labbri che dapprima combaciavano tra loro, salvo poi disperdersi come onde. Il terreno non era di fondo regolare - la verdura doveva stare altrove.
Il villico invece al pensiero del motocross un poco s’era alterato. Non ci voleva molto ad immaginarselo mentre s’affrettava all’orto con lo schioppo in mano e schiumante urla di rabbia contro il rombo delle motociclette.

'Mi dispiace per il suo pezzo di campo, davvero. Anche io arrivo qua in macchina, ma la parcheggio sotto la tettoia e fino a quando riparto non la tocco più. Vado sempre a piedi, come ora. E poi certo... certo ognuno ha i suoi bisogni, i suoi diritti da difendere...' disse egli, mentre la frase già si decostruiva perdendo come di volume da dentro.
- per automobile aveva comprato non da molto una spider, la quale era un ferro da jeunesse dorée, da corse pazze sul litorale, ma che lui, non sapeva ancora se perché si sentiva depotenziato o per bagliori di veemenza, s'era comprato di già oltre i cinquanta d’età. Secchezza di fisico e di portamento che fanno giovanile quelli però li aveva in dotazione -
Eccoci qui. Gli pareva infatti, come peraltro spesso accadeva, che il filo di quanto andava dicendo si smarrisse. Non era tanto per mancanza di lucidità, bensì forse per un eccesso contrario, per mezzo del quale veniva spinto verso una barriera inevitabile contro cui i discorsi si accartocciavano se non ci si teneva a un centro, a un'idea, finanche disperatamente.
L'ossessione per la ricaduta in positivo di un buon pensiero, anche occasionale, nella falda acquifera infetta della società umana. Questa per lui, l'aveva scritto, sebbene solo per sé, era appunto una forma di di auto-ecologia, oltre che di politica.

Dunque prima aveva avvertito il bisogno di parlare con qualcuno come se dovesse soddisfare un'improvvisa arsione, ora però, e improvvisamente, si sentiva sazio di parole.
La rivendicazione del villico contro le moto che gli dragavano la terra era sacrosanta, ma si era accorto egli che nel frattempo il loro era diventato un parlare di cose fattesi di una latta qualsiasi.
Inoltre le parole - quale rapida abilità nel corrompersi… -, producevano l’una sull’altra una glossa verbosa che procedeva secondando il moto delle cose, intestandosi densa in una cortina di disattenzione.
Un meccanismo del genere poteva ingenerarsi da rigidità d’animo, o stanchezza, o dal non capire più nulla del mondo per come s’è disposto, ma era comunque quello che accadeva.
Talvolta ti senti accerchiato, talaltra invece ti pare di non essere più capace di comprensione alcuna. Comprensione che finisci per non riscontrare proprio nelle persone semplici, le quali dovrebbero essere quelle che senti più vicine, poiché in un mondo contaminato è tutto un perseguire un’idea praticabile di purezza eccetera eccetera.

Guardò egli l’orologio con un’aria che manifestava rincrescimento. Temeva che il villico facesse tempo a dirgli: venga... venga un po’ vedere come mi hanno tranciato la lattuga con le loro moto da cross.
‘Com’è tardi’ lo prevenne ‘stavo dimenticando che ho un impegno urgente. Devo sbrigare delle faccende in paese e se non mi metto subito in cammino finisco per fare ritardo’.
Il villico lo guardò; dal suo sguardo si capiva che era vero, stava per proporgli di andare a vedere il pezzo si campo rivoltato da quei maledetti pneumatici.
Riprese la falce e la riportò pari all’erba in posizione di taglio. 'Dato che deve andare, non le faccio perdere dell'altro tempo' disse asciutto.
Egli grato lo salutò stringendogli la mano.

*****


La notte fu poi illune. Si trovava ad ora tarda nella stanzina della sua torre. La stanzina in cima, bassa e stretta e che aveva adibito a studiolo. Sul tavolo la macchina per scrivere portatile con il foglio scritto a metà nel carrello. Guardava egli dalla finestra nella piana buia. Il fatto che non potesse, in quell'oscurità, leopardianamente interrogare l'astro, lo faceva sorridere.
Alcuni fogli del manoscritto, gli ultimi compitati dall'inchiostro dei martelli, stavano sul tavolo. Il grosso della bestia, consistente in centinaia di fogli d'ineguale consistenza cartacea, veline, scritti a biro/scritti a macchina, era invece su una sedia.
Una voce interiore:
sappiate miei accoliti che come altri prima di me ho deciso di porre in una singola opera – forse l'ultima narrazione che faccio? - la summa di tutte le mie esperienze (furie), le mie memorie. Ubbie e frustrazioni e tenerezze. Un romanzo di duemila pagine che tutto comprenda... Quanti appunto prima di me ci si sono rotti le ossa in una simile intrapresa? E comunque siamo qui, ora nella torre, ora in città, a scrivere. Poiché io conosco i loro nomi e i loro disegni di sovversione. Uomini di potere, grandi manovratori. Attenzione: non timonieri, bensì occulti manovratori di uomini e denari.

Ne aveva parlato egli anche pubblicamente di questo enorme romanzo che cagliava ramificato ancora allo stadio d'accumulazione di frammenti. V'era un a-parte di esso che costituiva anche una colossale (così pareva) chiamata in correo della classe dirigente. Nell'appunto numero ventuno dei materiali del romanzo, quello che portava i lampi nel titolo, aveva scritto tutto. Poi aveva annunciato pubblicamente d'aver scritto... i nomi, ancora, le macchinazioni. Ci pensava da giorni a quelle pagine, che non aveva avuto ancora l'animo di rivedere in tutti i dettagli.
La sensazione che lo tormentava è che avessero esse un suono rauco (un rantolo?). Ma a cos'era dovuto, alla sostanza di quanto aveva scritto, oppure erano davvero le lacune della forma?
Maledetta letteratura, che non dava modo di discernere: gli aveva fatto una concrezione dentro come una corazza, abbarbicata sullo scoglio alla stessa maniera di certe specie di granchiolini col loro nautilo.

Sì sì, schiavo della forma: ridete su, ridete. Forza! Io punto il dito, scrivendo la verità. Ma la bella copia sarà riuscita bene? Ci sarebbe appunto da ridere di questo scolaro, se non vi fosse da piangere.
Ripensò alla chiarità di percezioni del villico, alle parole scambiate, che progressivamente s’erano iniettate di noia.
Non si sentiva egli consolato dal fatto che il suo enorme testo fosse soltanto alla fase della dentizione. Un infante di carta che necessitava avidamente di poppare realtà. Per la letteratura si sarebbe visto poi; la letteratura che arriva in seconda battuta: un latore in velocipede d'assai incerte notizie.
Ciononostante egli non si quietava.
Un repente bisogno di catarsi lo invase, cosicché prese le carte dell'appunto ventuno, un fascio di una settantina di fogli, e uscì all'aperto. Andò difilato all'orto. Nel buio della notte senza luna non si vedeva nulla dei danni che la natura nelle varie sue forme inflisse alle tenere verzure. Aveva con sé una pila tascabile.

Il fascio di luce cercò la tana del tasso, o dei tassi, chissà quanti erano. Subdole bestiole che nemmeno facevano il comodo loro a discapito degli altri, quella, in chiave atroce, era prerogativa degli uomini, ma soltanto in forma persin genetica di necessità.
Il rapporto di causa-effetto del mondo animale era avvincente, e pure commovente.
Però resta che i tassi avevano divelto le verdure; fatto scempio della faticosa semina. Ad autunno non avrebbe avuto spinaci da cogliere. Più grave questo o la forma letteraria? si chiese.
Trovato l'accesso della buca lo otturò con una parte della carta che s'era portato. Poi ne trovò un'altra, proprio al margine dei solchi, e anche quella chiuse, coi fogli che rimanevano. Diede calci alla terra circostante affinché ne franasse a sufficienza sul tuppo di manoscrittura.
Forse era quello, il trepestio di fuori, che la bestia nel racconto di Kafka sentiva giungere fievole di lontano nel profondo de' suoi cunicoli.
O piuttosto era questo, un esasperato, fallimentare dar di calci.

Mentre tornava di sopra l'ansia lo raggiunse. E adesso? Adesso se è il caso riscrivo, pensò, e la prontezza di quella risposta si tradusse in un respiro finalmente libero.




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Questo testo è un’elaborazione assai libera di… cosa? Trattasi di una rielaborazione, una blanda possibilità intorno alla questione delle carte dell’appunto ventuno del romanzo “Petrolio” di Pierpaolo Pasolini. Realtà biografica che è appunto una piccola traccia, di cui permangono soltanto alcuni particolari: la spider, la magrezza, la torre in campagna (quella di PPP si trovava a Chia, provincia di Viterbo) e un vago accenno alle battaglie “luterane” che Pasolini conduceva nei suoi anni terminali. Poca cosa, molto di fantasia. Per il dettaglio, spiego qua sotto.

E in ogni caso questo mio è un racconto

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Velocemente. In questi giorni qualcuno avrà letto sui giornali delle dichiarazioni di Marcello Dell’Utri in merito al ritrovamento, o alla ri-comparsa dal nulla dell’appunto numero ventuno, facente parte del corpus dei materiali rimasti di “Petrolio”, il romanzo lasciato incompiuto (allo stadio anzi quasi del tutto progettuale) da Pierpaolo Pasolini.
L’appunto ventuno, intitolato “Lampi su Eni”, conterrebbe una serie di accuse, non si quanto circostanziate, contro l'allora presidente della Montedison Eugenio Cefis, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Enrico Mattei (mai dimostrato come tale, benché vi siano state inchieste in merito).
Cefis, va ricordato, fu il successore di Mattei sulla poltrona di presidente dell’Eni, oltre che uno dei più controversi e oscuri protagonisti della finanza italiana (prodromo perfetto della cosiddetta “razza padrona”) degli anni tra la fine dei sessanta e la metà dei settanta.
Si ricorderà in questo la famosa invettiva pasoliniana: “Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.

L’appunto – il quale sarebbe incentrato su informazioni che Pasolini estrapolò dal libro “Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente” di Giorgio Steimetz (pseudonimo), edito nel 1972 dalla Agenzia Milano Informazioni, scomparso subito dalla circolazione e pressoché introvabile - veniva considerato perduto o addirittura mai scritto (benché PPP vi faccia più volte riferimento nell’ambito dei materiali di “Petrolio”).
Dell’Utri, come detto, ha affermato in una conferenza stampa di esserne venuto in possesso. L’appunto avrebbe dovuto essere presentato al pubblico nell’ambito della mostra del libro antico di Milano.
Sennonché nei giorni successivi alla prima dichiarazione Dell’Utri è stato costretto a fare una rettifica, affermando di avere sì visto le carte, ma di non averne la disponibilità poiché la persona che gliele aveva promesse si è tirata indietro spaventata dal clamore sollevato dalla notizia.
Qual è la verità? Le carte esistono? Non esistono? Dell’Utri le ha viste? Dell’Utri non le ha viste? E se le ha viste, erano autentiche? Sulla vicenda, anche per via delle implicazioni(?) del testo pasoliniano, pare siano in corso accertamenti da parte dei carabinieri.

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mi piace sempre molto come scivoli nella ricostruzione fantastica.
sei un maestro degli standard della letteratura.
oh-->– da ermenetuta ora poteva asserire con ogni evidenza che la bestia nella tana del racconto sotterraneo di Kafka doveva essere un tasso – ooooh!

mi ha sempre stupito e affascinato la fama di dell'utri come bibliofilo. però mi pare che prenda un sacco di peri, più che real bibliofilo mi pare un amatore con i soldi. mi ricorda moltissimo il bibliofilo Varo Borja del club dumas (poi diventato classico film alla roman polanski "sumbro y dark" dal nome la nona porta).

Edited at 2010-03-22 11:37 am (UTC)

Oh addirittura... e vabbe'. Grazie e grazie :-)

Già, il Dell'Utri bibliofilo... Francamente non so nemmeno che tipo di libri collezioni. A vedere questa faccenda mi verrebbe da pensare che vada su testi del novecento, prime edizioni e cose così. Si tratta di un territorio vasto e affascinante. La sua competenza o incompetenza in materia però mi sono completamente ignote, per cui non sono in grado di dire nulla.

E' strano che un bibliofilo si lanci in annunci come quello di Dell'Utri senza avere nulla in mano se non, a quanto dice lui, la visione privata delle carte (non si sa quanto approfondita). Io, per me, comunque credo che esista questo famoso appunto ventuno. Probabilmente Dell'Utri l'ha visto, o anche scorso o proprio letto... resta di vedere se era autentico o no (ma penso di sì, così a naso).
Leggevo oggi sul Corriere che questa vicenda ha fatto sì che venisse formalmente richiesta la riapertura delle indagini sull'omicidio Pasolini alla luce delle moderne tecniche di analisi, biologiche e non, dei reperti. Questo sì che sarebbe molto interessante.

http://tinyurl.com/yawff5t

Sì sul delitto pasolini c'era anche un bel film di qualche anno fa.
Forse la sua impazienza è data dal fatto della sòla dei diari di mussoini.

Prime edizioni. A me piacerebbe avere, toh, il codice di perelà, la prima edizione di se questo è un uomo, quella snobbata da einaudi, l'allegria, magari, ohy ma sai questa cosa delle prime edizioni mi sembra davvero una figata?

Ma hai ragione, avevo dimenticato la cosa dei diari di Mussolini. Che tòpica prese Dell’Utri quella volta. Questo pone quest’altra di tòpica, pasoliniana, sotto un’altra luce. Peraltro al riguardo mi viene in mente uno sceneggiato rai di molti anni fa, nel quale c’era questo mezzo truffatore, interpretato da Paolo Stoppa, il quale non so bene come scopre due attempate signore, madre e figlia, che erano in grado di riprodurre perfettamente la calligrafia del Duce. Le convince, con non so quale profferta, a scrivere i diari, che poi lui col piccolo chimico invecchierà appunto chimicamente. Non ricordo come va a finire la truffa... magari alla Dell’Utri. Chissà che sceneggiato era, bah.

Leggevo anche recentemente della prima edizione del libro di Levi. La fece l’editore De Silva (direttore editoriale Franco Antonicelli), mi pare nel quarantasette. Se ne trovano ancora diversi esemplari nel mercato antiquario, pure a un prezzo decente se ci si accontenta di una copia senza copertina. Peraltro ne andarono distrutte diverse nel corso dell’alluvione di Firenze del sessantasei, da giacenti in magazzino. In quell’occasione tra altri libri fecero la stessa diversi esemplari della Madonna dei filosofi di Gadda, prima edizione 1931 per le edizioni di Solaria.

Che poi, tornando alla De Silva, anche loro ebbero per così dire un difetto di lungimiranza. Infatti furono i primi cui andò in lettura il manoscritto dei primi racconti di Beppe Fenoglio, quelli che poi sarebbero usciti sotto il nome de I ventitré giorni della città di Alba. De Silva non li pubblicò (come Einaudi inizialmente non pubblicò Levi, stante l’ostracismo di Natalia Ginzburg soprattutto). Poco dopo andarono in mano all’Einaudi, cioè a Calvino, a cui piacquero e che li passò a Vittorini. A Vittorini invece non andarono tanto giù (non gli dispiaceva invece il romanzullo La paga del sabato), ma poi si lasciò convincere, diciamo così, per la pubblicazione nei leggendari Gettoni, anche se aggiunse quella quarta di copertina un po’ bastarda, cosa che fece girare non poco le scatole a Fenoglio.

Il Codice di Perelà del grande Aldo Giurlani (vista recentemente di notte una sua incantevole intervista della fine dei sessanta su rai storia, ringraziamo per questo gli dei, in questi tempi bui) effettivamente credo sia una cosa molto rara... un’edizione della casa editrice di Marinetti (sita in Via Senato, a Milano) nei primissimi anni d’attività. Altrettanto raro dovrebbe essere Riflessi, romanzo precedente, del periodo crepuscolare. Come pure, appunto, il pre-Allegria, ovvero Il porto sepolto, stampato in poche copie a Udine ancora in tempo di guerra.

Io, per me, se dovessi scegliere, mi piglierei le prime edizioni dei due romanzi di Italo Svevo, “Una vita” e “Senilità”, stampate in Trieste dall’editore Ettore Vram, a spese dell’autore, rispettivamente nel 1892 e 1898. Ma siccome credo sia roba veramente rarissimissima, m’accontenterei del primo gettito delle Novella dal ducato in fiamme di Gadda, Vallecchi 1953 (ora Accoppiamenti giudiziosi, con aggiunte).

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