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take the guitar player for a ride
strindberg

A parte questo, tutto il restante intorno a Michele era nella normalità delle cose, compreso l'abbigliamento da fanciullo - senza futuro, che ha in odio tutto quanto l’Occidente, che ride coi pugni in tasca della padre sul letto di morte -, il quale abbigliamento anticipava le modalità di tagli di capelli e sdruci agl'indumenti che sarebbe venuta dopo.
Che quella cosa del dilacerare la maglietta le sartine la scrissero poi nelle schede perforate del codice globale della moda, traverso il quale i fanciulli avessero a riconoscersi l’un all’altro anche nelle bruma degli occasi a austro e borea, altrettanto perduti, col medesimo annichilistico coefficiente.
Se per quella preveggenza nel vestiario a Michele gli avessero pagato i diritti di prelazione un tanto al chilo, avrebbe messo cifra in nero in una contabilità che comunque presupponeva lo sperpero ma anche, e rieccola, una consuetudine che l’avrebbe potuto rendere una persona minimamente integrata.
Certo, la normalità erano anche la droga e l'alcol in litraggi da procurare alla fine la pancreatite letale.

Per il leggendario bambino/poeta di Charleville era stato diverso, l’epoca ben altra, in città s’incontravano ancora orti dietro muri a secco, e non era difficile vedere carri carichi di strame trainati da cavalli sugli arrondissement più decentranti [poche strade in là era campagna: tutto finiva tra i ranuncoli].
Che il bambino scappasse di casa e andasse in giro per l'Europa con un poeta più vecchio che gli faceva da cavalier servente - di per sé ammogliato e abbastanza famoso, anche se fu un successo di scandalo -, era una cosa che per i tempi aveva dell'inconcepibile.

Ma negl'ultimi decenni del secolo-lupo, dopo le guerre, dopo il rombo di tuono della chitarra di Jimi che usciva dalle radioline a transistor dei ragazzi sott’acqua le risaie del Sud Est asiatico, dopo che Buster Keaton se n'era morto a capo d'una vecchiaia di pomeriggi alla bocciofila e dopo che persino nelle periferie dell'impero, quelle periferie tardo consumistiche su cui s'era a lungo agitata la sferza non-ideologica di commentatori-cineasti che veramente in certe battaglie ci misero la faccia et il calamo… dopo tutte questi ed altri accadimenti gli sganarelli e gli scapini della gioventù contestatrice avevano cominciato a entrare nelle aule delle università e a buttare i banchi dalle finestre.
I banchi che ancora conservavano il buco per la beuta d’inchiostro, ove la carta sugante fino al giorno prima aveva avuto cittadinanza.

Dalle finestre gittarono gli sganarelli persino i busti del cavalier Marino, del Giraldi Cinzio e dei Praga padre e figlio poeti della Scapigliatura [quest’ultimo busto in versione bicipite]!
Ora, davanti al marmo che va in frantumi sulla pubblica via, chi si sarebbe potuto sorprendere alle eccentricità da secolo decimonono di poeta bambino che bacia poeta trentenne ammogliato? Le manzoniane beghine trasposte nella contemporaneità nemmeno avrebbero sollevato il sopracciglio.

In quella, Michele un giorno aveva visto al cineclub un documentario nel quale erano stati rimontati in sequenza i cine e telegiornali di qualche anno prima, ove si vedevano cariche della polizia con grandi fuggi fuggi di novelli Gavroche tra le strade bloccate dagli autobus messi a mo' di barricata, con i celerini [figli della classe lavoratrice, posti in assetto da opliti come simbolo del potere ma in realtà materia di farcitura in un pasticcio di carne da cui tutti indistintamente uscirono lordi di frattaglia, di sconfitta] che li fronteggiavano ristando schierati con i moschetti e in cima ai moschetti, infilzate sopra le baionette, delle pagnotte di pan biondo.

La micca di quel pane, diceva la voce fuori campo del capo della squadra mobile, ci si sarebbe fatta sarebbe stata buona a farci la zuppa nel sangue di quei quattro pezzi di merda coi peli nell'orecchie che s'erano messi in testa di fare la rivoluzione; ma rivoluzione di non si sa di che.
L'intrapresa di Carlo Pisacane era dietro l'angolo, ma per fortuna finì diversamente.

Chiaro che la matrice del film era molto ideologica, fors'anche pacifista, di certo non revanscista. Perché i pani di meliga figurarsi se s’erano visti veramente in punta alle baionette, tra le barricate; anzi, non c'erano nemmeno le baionette, poiché s'era nella guerriglia urbana, mica sul Monte Podgora.
Però nella fase di montaggio lo stesso ci avevano interfogliato nel mezzo artatamente quei fotogrammi di cortelli e fucili. Erano scene chiaramente girate in istudio senza pretesa di verità documentaria, che staccavano dai filmati d'epoca ma li aggregavano con qualcosa di tragica carpenteria.
Quindi: scontri di piazza catturati con la cinepresa sismica del D-Day, indi baionette e pane girati in interni con fondo grigio salgemma, poi di nuovo lo sgranato fissante degli scontri di piazza. Nuvolaglia di gasse esilarante item sassaiola fitta come avesse smottato intero un greto.

Alla comparsa delle pagnotte al pubblico in sala, antropologicamente nemmeno immerso nel moto del riflusso [culturale], bensì già da lunga pezza mandato a scassarsi nelle rocce dall'onda ferace del presente, prese da ridere.
Ridevano, con discrezione.
Michele si trovava lì con una fugace fidanzata, una che era opinione comune considerare molto bella perché al fatto di portare la coda di cavallo, cosa invero caduta in desuetudine ma che a lei donava moltissimo, univa l'abitudine di togliersi improvvisamente le scarpe e camminare scalza per strada anche quando pioveva.

I piedi, per quanto adusi a certe dure viandanze, aveva belli. Inoltre era pure dotata di un’intelligenza vivida, anche se, come molte persone che dell'avere una cultura non conoscono le misure riposte, ovvero le zona di bassa convergenza ove alligna il germe infestante del conformismo, s'irrigidiva in certe pulsioni di virtù portatile che a volte la rendevano irragionevole.
Come coloro che si pascono di dire ad ogni piè sospinto, e quindi a sproposito, che per esempio dio è ne' dettagli. O che, discreta barbarie, less is more. Ma che cos’è meglio meno, lo zucchero nel caffè? Il sale nella minestra?
Chiaro, se uno non pratica le zone di bassa convergenza...

Dunque la ragazza si indignò che la gente ridesse delle pagnotte di pane, ch'esse pagnotte, sempre secondo il capo della squadra mobile nel film-documentario, sarebbe dovuta servire a farci un pastone col sangue dei dimostranti.
‘No, il pane conzato no’ la si udì mormorare.
Nondimeno va ripetuto che la ragazza era molto bella, con quella coda di cavallo color del legno di rovere.

Michele pensò ancora una volta all’incanto di averla seduta vicina, e pensò alle sue carni, che aveva auscultato con partecipazione in accurate sessioni da letto a una piazza e mezza, le quali avevano un sentore fragrante come di semplice o turbativo calore corporeo e di giovinezza [va detto che anche lui era giovane, cosicché questa constatazione includeva in sé l'intuizione e non il rimpianto].
Però anche ad indignarsi per una cosa che si dava come compiuta storicamente, indignarsi pur con tutti gli strumenti dell'arsenale della penetrazione filologica spianati; insomma mettici tutto quello che vuoi [magari un morceau de canard confit?], ma il pane cafone inastato sulle baionette continuava a essere della roba che faceva ridere.

‘Porcavacca, sarebbe stato bello se avessi riso anche tu...’ pensò dunque fra sé Michele, guardandole l'incantevole profilo istoriato dalla riprovazione.
'Carla' la chiamò allora sottovoce.
Lei si volse.
'Ma non hai visto i busti di marmo, le teste dei poeti. Le teste dei poeti che si spaccavano in mille pezzi volate dalle finestre? Anche quella del Giraldi Cinzio!'.
'E allora?' rispose lei.
'No niente' mormorò Michele 'c'era una cosa che volevo dirti ma adesso me la sono dimenticata'.

Quello che aveva da dirle se lo tenne per sé, mentre della ragazza rimase poco altro se non il labaro di splendore dell'incarnato, delle caviglie nervose di puledra.
Ma perse ella in quel momento ogni ulteriore fattore di attrattiva che non fossero la freschezza o la beltà dei vent'anni.
Nel contempo Michele si domandava, di fronte alle sequenze successive che cominciavano ad annoiarlo, nella loro retorica drammaticità di scontro d’opposte fazioni [il film “era già” il reperto di un tempo che s'era praticamente conchiuso], perché, dimentico di tutto il resto, soltanto lo avesse colpito quell’andare in pezzi di venerandi oltreché marmorei crani di scrittori patri.

Immagini molto convenzionali, dal significato scontato nel loro insieme. Cartamodelli di metafore che stavano nell'iconologia di ogni regista, anche di quelli non di primo pelo e con il cinto della corporazione a strignere i fianchi.
Gli veniva in mente la carrozzina che corre giù per i gradini in quel vecchio film russo dell'epoca del muto.
Il viso sconvolto da wilde mensch dell’acuminato monaco Artaud nella vicenda cinematografica di Giovanna d’Arco.

Ma per i poeti c'era meno metafora e insieme meno pietà.
La sensazione che n'ebbe Michele fu che da qualche parte tra i vecchi numeri dell'ebdomadario dei livelli di lettura acclusi realtà, il martirio dei craponi di marmo di coloro che si spesero ne’ secoli a tessere il canone delle lettere nazionali avesse qualcosa di liberatorio per tutti, non solo i dimostranti, ma anche i celerini coi loro moschetti e gli altri ancora.
Come d'una società che finalmente può slacciarsi il solino, o che giunta a casa dopo un lungo cammino [ma giungevano a casa quelli, nelle sassaiole, nei lacrimogeni?] calcia le scarpe in un canto e si butta a russare con la punta degli alluci snudata da un buco maestoso alla cima dei pedalini.
A quel pensiero ebbe egli un moto come congestionante, o era forse la flussione dell'Occidente che lo colmava di colpo e altrettanto rapidamente lo abbandonava?

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