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todos contra Guillermo
strindberg

n.b. potrebbero esservi refusi e altre impurità

E proprio a un rialzo, a una specie di terrapieno si appoggiavano le spalle del modesto caseggiato a due piani dove Guillermo abitava con la giovane moglie infermiera.
Cioè, tre piani faccia alla strada, ma due sulla parte posteriore, come a Bunker Hill, proprio perché la casa andava a dargli con i lombi dentro a quell'onda di terra che era parzialmente erbosa, ma per la maggior parte appunto di nudo suolo, oltremodo sassoso, di un asciuttezza drenante che appartiene alla ghiaia di fiume.

Tutt'intorno come s'è detto l'arsione perdurava, poiché la strada giungeva a fine destino il sobborgo dando, come spesso accade nel lasciato a mezzo occidentale, non tanto nel nulla o nella gradazione spuria del non-luogo, quanto piuttosto ad una zona di rarefazione nella quale il paesaggio si ripeteva come generatore d'indistinto, di replicazione d'anonimo, di opaco, o ubagu.
La lastricatura del marciapiede correva ancora per una quarantina di metri lungo la strada, che teneva in un argine l'impurità della terra mentre ciuffi d'erba gialla con sempre maggior baldanza avevano fesso la crosta d'asfalto e la ribaltavano in diversi punti.

Una pianta spinosa, variante morfologicamente corrotta di un'infiorescenza a spadoni puntuti, tipologia di carciofo con aculei torti che somigliavano, per chi ne ha un'idea, ai denti-cavallo di frisia [ma trasparenti come vene ossee] dei pesci di profondità, i quali vagano nel buio, nel gelo e nella pressione con un lume biologico ad indicarne la presenza nel niente d'acqua... una pianta di tal fatta, la quale poteva tranquillamente essersi sviata a livello genetico in ragione dei fumi dei grandi stabilimenti di vulcanizzazione, cresceva dentro a quelle faglie in lunghe spire coperte di una buccia grigia, dalla midolla ferrigna all'apparenza coriacea in sostanza molto.

La strada terminava infine a un muro di mattoni forati alto circa un metro, un metro e mezzo, oltre il quale v'erano ancora soltanto sassi e terriccio.
Nel campo di male erbe lungo il marciapiede ormai colonizzato da ciò che s'origina selvatico da un caos di pollini, e situandosi presso la finestra sulla cornice della quale permaneva chitarra tra le mani seduto molta parte del tempo, quand'era stagione certo, poiché in mezzo al grande paese, in quelle regioni interne l'inverno dava terribili codate di freddo come preso in una trappola per orsi, Guillermo un giorno aveva visto una bambola bruciare.
Una bambola da pochi soldi in plastica lattiginosa, ricoperta in capo da una peluria di materiali ricavati spremendo ottani a materiali oleosi di bassa gradazione, non utilizzabili per cavarne il prezioso idrocarburo atto ad alimentare la locomozione.

Quella peluria che bruciando rilasciava nell'aria molecole di morte dentro a un fiotto di fumo nero che a respirarlo t’avrebbe preso alla glottide.
Ne rimase Guillermo come avvinto da quella visione, tanto che chiamò sua moglie, la quale in quel momento evidentemente si trovava in casa e non fuori impegnata nei suoi spossanti turni all'ospedale.
Le mostrò la bambola che bruciava in quel luogo di niente creato mareggiando non arrestabile il terriccio di riporto; un luogo cui aveva presieduto la benna di una ruspa e non una vera e propria orografia.
Termini similari, come geologia pure, lì avevano poco senso: la deriva dei continenti possedeva invece quello di buono ed applicabile al contesto, cioè la parola deriva, essa mutante automaticamente in una metafora della classe di persone che vivevano in quelle plaghe, del loro moto non a luogo, bensì sul posto macinando a vuoto.

Le fece fretta Guillermo, che corresse lì il prima possibile, prima che la bambola fosse totalmente consumata dalle fiamme e non ne rimanesse altro che un attorto tizzone.
Ma la moglie era stanca, dal lavorare fuori e pure in casa, nel perimetro di lei e quel suo giovane marito geniale ma purtroppo asservito alle droghe nelle loro più varie forme, comprese le supposte da ficcare nello sfinterio morbide e caramellose e alcaline e psicogene.

In alcune occasioni, per aiutarlo a superare i momenti veramente drammatici, s'era vista costretta a commettere delle gravissime scorrettezze durante il suo servizio di reparto, giacché nottetempo aveva aperto, con chiavi di cui peraltro in via gerarchica non avrebbe potuto avere disponibilità [le aveva per così dire prese in prestito tradendo la fiducia di una collega], uno stipo d'acciaio dove si tenevano gli anestetici, i tranquillanti e tutte quelle medicine che dovevano essere fuori portata non solo dei malati ma di gran parte del personale.
E li aveva recati al marito quei farmaci, iniettati e fatti inghiottire come si reca la magra focaccia et azzima a chi non ha più nulla di cui sostentarsi.
Lo aveva fatto torcendosi le mani, mordendosi le labbra e tenendo indietro lagrime ch'erano solo di rabbia, poiché non poteva non rendersi conto che quella su cui si erano incamminati era una china non più controllabile.

Ma quella volta Guillermo stava bene, sorrideva entusiasta guardando la bambola che bruciava nel campo in un meriggio qualsiasi.
Pose le mani sulla tastiera della chitarra e ne trasse alcuni accordi suonanti familiari ma sghembi, emessi nella maniera in cui strimpellerebbe uno che ha disimparato consapevolmente a mettere in fila le note secondo il temperamento equabile.
Come dicono che, pare, Picasso da vecchio e onusto di gloria fosse giunto finalmente, nei perigli, traverso magari i gorghi del crodante io, a disegnare come un bambino dell'asilo d'infanzia.

Nella cassa armonica, poiché si trattava in quella della sua chitarra acustica in formato jumbo, con corde d'acciaio e con un sostegno del ponte intagliato come un pettine andaluso, pareva vi fossero ossi di seppia che occludevano l’approdo del suono alla battigia.
Una vecchia chitarra che a riportarla alla luce adesso, ma è cosa praticamente impossibile, meglio neanche pensarci... sarà essa andata in fiamme come la bambola, sarebbe un'impresa degna di un Lord Carnarvon del rock'n'roll.
Guitarra che nella sua opulenza a fianchi di matrona, salso/marina e coperta d'alghe e soffusa di spirochete come quella che asservì alla follia spinale il poeta nomade degl'Appennini, ratava guitarra, borbogliava afona sotto alle plettrate.

Non li riconosci? chiese Guillermo a sua moglie.
Che cosa? fu la risposta.
Questi accordi, disse lui.
E quegli accordi coincidevano con il famosissimo riff di “Apache” degli Shadows, ma suonati nella contingenza di appena giunto [come Macedonio], ieri o in questo momento, che son caduti degli ordigni, le bombe carta definitive, ebbre di germi di malattie sconosciute, malinconie del plasma che azzererebbero il genere umano.

Poi era anche l'effetto della sonorità sfessata della chitarra con la cassa appunto ripiena di quei vetri di bottiglia lungamente smerigliati dall'acqua di mare.
- Ma quanta frantumaglia buttata a riva dalla risacca stava nella cassa armonica di quel benedetto istrumento? avrebbe dovuto chiedersi la moglie -.
A dirla così... che in realtà il suono era fastidioso, volutamente d'ortica.
La moglie disse a sua volta che le veniva suo malgrado da pensare alla bambina a cui apparteneva quella bambola, e a cui forse era stata strappata e nascosta e data alle fiamme da qualche bambino cattivo, giacché i maschi soprattutto da bambini la sensibilità normalmente connaturata agli esseri umani tendono a volerla istintivamente turare-in-loro con un furore che può diventare impotente ed ottuso quanti altri mai.
La bambina intanto poteva essere in cerca della sua bambola, ed essa invece bruciava tra gli sterpi.

A sentire quella parole Guillermo saltò giù dall’intelaiatura della finestra gridando: ma infatti!
Mise a terra l’acustica e corse a prendere la Weissenborn indebitamente elettrificata. Ritornò poco dopo tirandosi dietro pure l'amplificatore solito a muso di maiale. Collegata quest’altra ascia sul canale distorto, col primo settaggio che la strumentazione gli restituì dalle regolazioni ultime, fece stridere ancor di più la sequenza di pria, che ora non era già più “Apache”, bensì “Barra-cuda”, ergo qualcosa di estremamente doloroso e cantilenante; lancinante profferta istesso a schegge di legno confitte sotto le unghie.

Ma io invece di chiamarlo Apache lo chiamo Barra-cuda questo pezzo che farò partendo da qui, disse difatti egli trionfante.
Dirrimbalzo sopra a quella smozzicata fraseologia sonora principiò a interpolare la consueta lassa di parole in guisa di cartone preparatorio per verificare se si dava scansione di parole intorno alla musica: le Retiche, le Marittime, le Cozie e le Graie; Carniche, Giulie e Lepontine.
Di nuovo e oltre cantò l’arco alpino, cambiando, singultando la tonalità.
– Barra-cuda come tutti sanno fu il nome di lavorazione di quella vera pietra angolare dell'epoca e degli anni a venire che fu poi “Outsourcing for innocent maids”, traccia due del lato B di “Defecating in the air-terminal” -.

La moglie lo osservò, ebbe poi a ricordare, come se certe volte l'interezza di quella vita che facevano, tutti i notes scarabocchiati con rudimentali scritture di sequenze di accordi e omini a culo mal tratteggiati seduti sulla tazza di decenza oltre che ovviamente con la fleboclisi nel braccio [ma anche nella gamba], le tazze di caffè, l'assoluta necessità di marmellata di visciola da spalmare sul pane tostato la mattina altrimenti ridagli al vortice della depressione, il vino infradozzinale scritto con la vu doppia e assunto a litri come acqua fresca, quella faccenda del gruppo punk(?) che non recava statino di mesata a casa, con tutti i benefici di legge; e poi il resto di cui era meglio non parlare...tutte quelle cose fossero connaturate a quanto li circondava, fossero il livello dignitoso di ciò cui fosse lecito aspirare per essere felici.

Come lei stessa testimoniò, si trattenne allora a stento dal dire, dentro a una commozione che le implodeva: 'ragazzo mio, ti sei preso un bel raffreddore'.

Peraltro la marmellata di visciola costava molto, non si trovava facilmente, ma c'era una specie di comune di vecchi hippy che vivevano coltivando la terra e allevando le capre poco fuori città dov'era possibile reperirne. Passato a pedali il mosto di frutta dentro a un crivello prima d’invasarlo ancora caldo da una specie di squaw con la pelle color cuoio dai decenni di militanza per i diritti civili.
La giovane moglie andava fin laggiù guidando assonnata a fine turno con ancora l’uniforme d’ospedale frettolosamente appallottolata dentro alla borsa, per compragliene, della marmellata, a Guillermo.

Il giorno in cui nacque Barra-cuda fuori la finestra nel cielo sopra il campo e la bambola che terminava di bruciare si poteva scorgere molto in alto un uccello planante nelle correnti con le ali aperte; forse un piccolo rapace di quelle zone.

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eh eh. bello.
i vecchi hippy visciolosi: hi ho.

Voglio condurre una battaglia, poichè a parer mio i mezzi d'informazione danno troppo poco spazio alla visciola

(Deleted comment)
Ah ti ringrazio... io son già contento per un posto dove andarci giù pesi di Rabosi o Friulani boni ma fatti nel territorio delle tre venessie. E qualche sardella, che ci sta sempre bene :-)

combatti ma se avessi pubblicato prima. eh. che rosico.
ti portavo dei barattoli di jem di visciole directly da oltre cortina. radioattivi!

Per la radioattività poi andavo in giro di notte per fondamenta [degli incurabili] circondato dall'aura come Josif Brodskij o Victor Carpathius fingebat pentor venetiano

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?

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